L'amministrazione straordinaria una morte d'impresa lenta

13 aprile 2013

13.04.2013 - 14:52

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Nel panorama della crisi d'impresa, di cui oggi si fa un gran parlare, ci sono molte modalità solutorie. Quella per la quale, in ogni momento storico ma in questo in particolare, si fa più il tifo è, senza ombra di dubbio, la ristrutturazione con conseguente rinascita. Tale tipo di soluzione si configura, normalmente per tutte quelle tipologie di crisi che, sicuramente, non sono: in primo luogo di tipo economico, ovvero, quelle nelle quali l'azienda è in disequilibrio (nella logica della maestra in cui i costi sono maggiori dei ricavi e non c'è guadagno) e non è in grado, per una serie di motivazioni (ad esempio perché è molto indebitata e paga, quindi, sonori interessi passivi) di uscire rapidamente dallo stato patologico in cui giace; oppure per tutte quelle forme di grave crisi finanziaria, per le quali, l'impresa langue fortemente di liquidità e non è in grado di assolvere in modo normale e consueto alle proprie obbligazioni. Nel nostro ordinamento, per motivazioni legate soprattutto a elementi socio-antropologici quali, a titolo di esempio, il calo del tasso di occupazione repentino che la chiusura di talune imprese di grandi dimensioni creerebbe, sono state introdotte, all'inizio degli anni '80, talune species giuridiche che consentono di non procedere alla liquidazione volontaria e/o forzosa dell'impresa e portano, invece al suo risanamento ed al suo eventuale rilancio. Detto così, questo fatto, sembrerebbe essere assolutamente positivo se poi a tale enunciato si aggiungono gli ingredienti per poter dar luogo alla procedura ovvero: tecnici esperti per poter risanare l'azienda molto malata ma con grandi dimensioni e molta occupazione, l'intervento del Ministero dello Sviluppo Economico che controlla il dispiegarsi della procedura e che nomina i cosiddetti Commissari Amministratori Straordinari che dir si voglia (gli esperti) e lo scopo finale da raggiungere ovvero il salvataggio in toto dell'azienda dopo il risanamento ovvero il taglio di tutti quegli asset che non producono reddito e la valorizzazione di quelli che, invece, ne producono, tale procedura, che viene denominata Amministrazione Straordinaria, sembra essere la panacea di tutti I mali derivanti dalla cattiva gestione precedente la procedura che ha portato alla crisi grave d'impresa. Andando a guardare bene dentro le aziende in crisi sottoposte a tali particolari formule e scrutando atti, fatti e risultati, in realtà ci si accorge che, come si suol dire, non è proprio tutto oro quello che luccica. Una cosa è sicuramente certa: I creditori aziendali escono da queste procedure con le ossa rotte, gli imprenditori originari, naturalmente, scompaiono e chi veramente ha di che guadagnare ed anche lautamente sono I gestori pro-tempore (amministratori straordinari) di queste strane forme d'impresa. Esempi ce ne sono di ogni tipo. Dalla Parmalat, caso emblematico di azienda operante nel settore agro-alimentare che, come I più ricorderanno rimarrà nota ai posteri soprattutto per essere riuscita anche con l'aiuto delle società che avrebbero dovuto garantire la veridicità dei propri bilanci, a diffondere dati sulla propria attività d'impresa, palesemente ineccepibili ma, sostanzialmente falsi a tal punto da riuscire a piazzare un prestito (obbligazioni) già in pieno stato di decozione. Per tale azienda, il proprio amministratore straordinario, divenuto a seguito di tale operazione un famoso risanatore d'impresa a tal punto da essere chiamato, ancora per la propria pseudo-fama a risanarne altre di grande dimensioni (si pensi al suo attuale compito in Ilva la ex Italsider), cassò una quantità enorme di debiti che l'azienda vantava nei confronti dei più disparati fornitori (molti dei quali per questo motivo non riuscirono a sopravvivere) e con la più assoluta semplicità rivendette l'azienda risanata con tale metodo definibile a dir poco come bislacco, neanche ad un'altra azienda del settore italiana (in realtà nessuno ebbe il coraggio di acquistarla), ma ad un gruppo francese che ebbe la fortuna di acquisire un'azienda pulita e con moltissime potenzialità. Per questo lavoretto di fino, il citato signore del risanamento ha portato a casa 32 milioni di euro circa che non sono proprio una cifra senza senso. Per non parlare della trovata geniale della bad company e good company della nostra compagnia di bandiera nel traporto di beni e persone aereo. In tal caso un decreto ad hoc fissò la prima grande bipartizione nella storia delle aziende nelle aziende: una buona (finanziata da una decina di capitani coraggiosi d'impresa) ed una cattiva data in mano ad un noto professionista romano che ha cercato di recuperarne qualche spicciolo (di tanto si tratta se si pensa ai debiti insoluti e che mai saranno pagati) per poterla, poi, far morire, definitivamente in pace. Per fare questo lavoretto, ovvero accompagnare dolcemente alla morte la parte cattiva della citata impresa, il professionista in questione, part-time, nel senso che poi si è dimesso e sono subentrati a lui altri tre, ha guadagnato più di 6 milioni di euro. Potremo continuare ancora con una serie di procedure di questo tipo, infatti, allo stato, sono aperte più di cento di loro e il loro durare è pluridecennale per cui il professionista che, nel tempo, se ne assicura una, vive di rendita per molti anni. Che dire? Vere stranezze del nostro sistema che fanno ancor più pensare se si considera che, ad oggi, il tessuto imprenditoriale del nostro Paese non ha mai beneficiato della loro utilizzazione anzi la gran parte degli attori delle stesse ha accusato gravi perdite per la loro messa in scena, tutti oseremmo dire, salvo I professionisti.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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