Quanto durerà ancora la moria delle imprese?

6 aprile 2013

06.04.2013 - 14:36

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Le notizie che, in questi giorni, riempiono pagine e pagine dei principali quotidiani italiani e che, nel contempo, sono presenti in tutte le nostre emittenti televisive sono sconcertanti. Cinquantaduemila imprese di diverse dimensioni ma in special modo piccole e medie sono fallite ad oggi e le loro cessazioni hanno portato al licenziamento di più di 60 mila persone. Le spiegazioni sono piuttosto immediate. La piccola e media impresa nascono quasi sempre in relazione ad un' idea imprenditoriale. Di solito, le seconde sono, non altro che il normale e consueto sviluppo dimensionale delle prime. Certamente ed un po’ alla stessa stregua di quello che accade per l'essere umano, le prime sono molto più deboli, nel senso che hanno, nel loro seno, una serie di parametri che le fanno essere di più facile attacco. A titolo di esempio si pensi ai mezzi propri (il cosiddetto capitale di rischio) che sono quelli a disposizione dell'imprenditore nel momento in cui, avuta l'idea, intende perseguirla in forma d'impresa. Tali capitali, un poco per cultura (specie in Italia) ma anche perché spesso l'imprenditore non trova soggetti diversi da lui stesso disposti ad investire nella sua idea, sono nella gran parte dei casi, di modestissima entità. Ciò posto, l'imprenditore, per poter partire e crescere, si rivolge necessariamente alle banche per poter avere la forma di a finanziamento alternativa al capitale di rischio, ovvero, il capitale di credito. Anche per tale forma, nella quasi totalità dei casi e specie in questo momento storico, l'imprenditore della piccola impresa è molto debole. Il suo potere contrattuale è labile e le banche, spessissimo, rifiutano di dargli aiuto anche e soprattutto per il fatto che le analisi economico-patrimoniali che, obbligatoriamente, le stesse devono fare sui conti dell'imprenditore, danno risultati che, per una serie di motivazioni, non sono certo esaltanti in termini di cosiddetto rating (che è in definitiva un numero o una o più lettere che rappresentano l'affidabilità dell'impresa). Del resto le debolezze esposte sono tali anche relativamente alla terza ed ultima fonte di finanziamento aziendale ovvero l'autofinanziamento che esiste e cresce solo in presenza di utili d'esercizio che, spesso e soprattutto nella fase di cosiddetto start up aziendale ovvero in periodi come quello che stiamo percorrendo di grossa crisi economico- finanziaria, sono molto scarsi se non addirittura assenti. Se a questo scenario, già di per se molto difficile, si aggiungono, da parte di una serie di piccole e medie imprese operanti con la Pubblica Amministrazione, le circostanze che, questa, non paga i propri crediti, allora le conseguenze non possono che essere quelle della morte certa di migliaia di imprese. Ma come mai ci siamo ridotti in questo modo? Quanto continuerà questa moria? E soprattutto, visti i presupposti, riusciremo mai a riprenderci? A nostro sommesso avviso siamo giunti a questa situazione per eccessiva sciatteria e faciloneria. La crisi internazionale risale al 2007, ormai sono passati più di cinque anni e noi non ne siamo ancora fuori. Se rammentiamo l'evoluzione della stessa, per noi, fu molto lenta. Quando I paesi che per primi sono stati assaliti dalla crisi che, in un primo momento era solo di tipo finanziario, noi ancora non ne sentivamo gli effetti. La motivazione di ciò è esclusivamente legata alla nostra lentezza nell'essere partecipi ad ogni variazione economica internazionale. In quell'epoca noi sostenevamo che tale lentezza nel recepire I fatti economici poteva rappresentare un nostro punto di forza se e qualora ci fossimo preparati meglio ad entrare ma anche ad uscire dalla crisi. Invece ci siamo entrati e non ne siamo ancora usciti al contrario di molti altri paesi che hanno già superato l'evento. La nostra sciatteria politico-istituzionale, l'assoluta mancanza di interventi, più volte da noi invocati, da parte dello Stato ci ha portato in un baratro che solo il normale corso dell'economia (molto più lento ma sicuramente sempre presente) potrà cambiare. E' come se ad un malato non vengono corrisposte medicine, la sua malattia (se non è inguaribile) dura molto più a lungo malgrado, poi, l'organismo, omeostaticamente, reagisca. La risposta alla prima domanda, porta anche la soluzione per le altre. La moria delle imprese durerà fino a quando tutte quelle che sono state colte da un morbo inguaribile (siamo di fronte ad una vera e propria epidemia) non saranno tutte morte. Ciò in relazione al fatto che non ci sono I farmaci necessari, ovvero, che lo Stato non fa nulla e continua, inesorabilmente, attraverso tutti I suoi uomini, a mestare nel torbido senza alcuna soluzione. Qualche timido accenno (si pensi al vituperato decreto per il pagamento parziale o totale non si sa ancora dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei fornitori) sembrerebbe arrivare ma la cura, in questi casi, presuppone dosi massicce di farmaci. La speranza è l'ultima a morire e confidiamo nel buon senso e nella rapidità (in Giappone lo Stato ha previsto una mole enorme di investimenti per la ripresa) che, tuttavia, si fanno ogni giorno più labili lasciando il posto alla flebile ipotesi della mano invisibile dell'economia che, prima o poi interverrà.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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