Banche e banchieri un binomio complesso

2 febbraio 2013

02.02.2013 - 15:52

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La banca è un’impresa annoverata tra quelle tipologie che vengono definite “di servizi”. In realtà, il mestiere vero che compie è quello di comprare e vendere denaro. E tale tipo di attività è quella cosiddetta “core”, alla quale vengono collegate una serie di altre attività collaterali. Anche le remunerazioni (i ricavi) ed i costi che ottiene svolgendo i due tipi di attività suddette sono denominati in modo diverso: alla compravendita di denaro sono collegati interessi passivi (nell’acquisto ) ed attivi (nella vendita) e dalla compravendita di servizi sono direttamente collegate commissioni anch’esse attive o passive. Questo, seppur molto sinteticamente, è il quadro dei costi e ricavi che compongono l’attività caratteristica di una banca e che dovrebbe rappresentare, in termini economico- aziendali, la sostanza del primo risultato utile di ciascuno dei citati istituti. Negli anni e con provenienza dai paesi nordamericani, la citata logica di costi è ricavi è stata, a nostro avviso, brutalmente snaturata, inserendo nei bilanci delle banche anche una serie di componenti patrimoniali che generano costi e ricavi che, seppure possono dare grande soddisfazione nel momento in cui i mercati finanziari hanno andamenti positivi, alla stessa stregua, possono divenire molto pericolosi, laddove i mercati divengono instabili. Il verificarsi di molti eventi, dapprima internazionali e poi, molto recentemente, nazionali, ha accresciuto in noi la forte convinzione che la governance di un istituto di credito, la propria competenza in termini di conoscenza dell’impresa, l’esperienza sul campo maturata in anni ed anni di attento lavoro, possano essere determinanti per le sorti di un istituto di credito e per la propria permanenza sui mercati nazionali ed esteri. Di qui la necessità di fare talune specifiche sul binomio banche-banchieri. Nel tempo abbiamo maturato talune convinzioni che, lungi dall’essere grandi teorie quanto, invece, nel rimanere semplici considerazioni di buon senso, sono sempre più concrete in un momento nel quale, in questo Paese, improvvisamente ed improvvidamente ci si accorge di certe cose che se a nostro avviso sono esaminate con un minimo di attenzione altro non sono se non fatti assolutamente lapalissiani. La domanda da cui ci muoviamo è la seguente: chi sono i banchieri? Posto che, evidentemente, escludiamo dalla categoria i bancari per i quali la spiegazione è piuttosto immediata (nel senso che sono i lavoratori dipendenti di una banca), si potrebbe rispondere che sono tali tutti coloro che formano la governance di una banca. Seppure possiamo essere d’accordo, al meno in via di prima approssimazione con tale tipo di risposta, per l’esperienza accumulata in diversi consigli di amministrazione, ci piace fare un distinguo ed asserire, come abbiamo fatto più volte, che non basta essere amministratore e/o sindaco di una banca per essere considerato un banchiere e che, invece, seppure le decisioni di maggiore forza (specie politica) vengono assunte ai vertici degli organi societari (ovvero nei diversi consigli di amministrazione o sorveglianza o di gestione che dir si voglia), le stesse sono, nella gran parte dei casi, confezionate da organi operativi (dirigenti, direttori generali, consiglieri delegati ed amministratori delegati) che vivendo quotidianamente le decisioni ne tracciano anche le scelte sostanziali e che il passaggio nei consigli di diverso tipo è solo una piccola (seppur apicale) fase dell’intero processo decisorio. Una tale impostazione (che peraltro riteniamo assolutamente giusta e logica) diviene, tuttavia, pericolosa in una sola ipotesi: la scarsa preparazione delle prime linee, quelle che predispongono le decisioni. Siamo sempre stati convinti (e la nostra convinzione è maturata molti anni fa allorché avemmo la fortuna di lavorare con presidenti di banche di grande spessore) che gli organi apicali di una banca siano la parte politica (intesa come organo che compie scelte di fondo e non certo partitica) della stessa che deve essere integrata con gli organi gestionali che pur essendo talvolta lavoratori dipendenti, per il ruolo di alto livello che occupano si spogliano totalmente del ruolo di bancari per divenire veri e propri banchieri. Sono loro i veri banchieri, coloro che fanno marciare la banca ed è solo la loro esperienza coniugata con la capacità tecnica, politica, culturale e morale dei consiglieri di diversa tipologia (a seconda delle scelte societarie operate) che da luogo al top management o governance che dir si voglia di un istituto di credito. Ed allora, sulla base di questo assunto, ci poniamo un’altra domanda: quanti sono in Italia i veri banchieri? La risposta, riteniamo, abbisogni di un distinguo: se parliamo di coloro che sono addetti al governo delle piccole banche (con le specificazioni che abbiamo fatto innanzi), oseremmo rispondere che ci sono tante persone d’esperienza e di buon senso che, avendo fatto, come si suol dire, la gavetta, possono condurre le imprese bancarie di minori dimensioni con capacità e buona amministrazione; se, invece, parliamo di grandi banche anche alla luce di quello che succede ogni giorno, siamo sempre più convinti che di banchieri ce ne sono veramente pochi. Un'ultima notazione è che questo Paese crea e distrugge miti e professioni e poi si affida, inopinatamente, ad una classe immensa di delatori che con la stessa velocità con cui creano il personaggio lo distruggono e, soprattutto ne fanno un capro espiatorio.

Mauro Paoloni
professore ordinario di economia aziendale

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