Cosa fanno le banche di fronte alla crisi del Paese?

26 gennaio 2013

26.01.2013 - 13:42

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Le banche queste sconosciute, questa potrebbe essere l'affermazione giusta per poter aprire un discorso che, ormai da molto tempo, impera su molti tavoli economici e non del nostro Paese. Leggende metropolitane, voci di popolo e stoccate specialistiche, campeggiano sempre più di frequente nelle dicerie della gente comune ma anche sulle pagine economiche e, frequentemente anche sulle prime pagine di giornali sul tema delle banche e del ruolo che le stesse avrebbero in questo ormai perdurante tempo di crisi economica del Paese. Nelle logica economico-aziendale, solo per semplificare la trattazione del problema le banche sono delle imprese di servizi. Esse dovrebbero (il condizionale e d'obbligo visto tutto quello che e successo fino ad oggi), raccogliere denaro dalle unita in surplus (i risparmiatori) per venderlo a quelle in deficit (gli imprenditori). Insomma, le nostre, sarebbero una sorta di grandi mercati del denaro in cui si reca l'imprenditore che, sguarnito della materia prima necessaria (la finanza appunto), vuole porre in essere investimenti (iniziali o successivi) nella propria azienda ovvero ha la necessita di avere una serie di servizi di ordine finanziario che solo uno specialista del settore gli può dare. Fin qui sembrerebbe tutto molto semplice, io (imprenditore) compro denaro e servizi connessi allo stesso e pago per avere gli stessi un prezzo più o meno alto a seconda dell'entità della richiesta e, soprattutto, in relazione al peso economico-contrattuale che io ho sul mercato della finanza (in buona sostanza più sono alti i volumi d'acquisto meno dovrei pagare). Già a questo primo e banale stadio di attività imprenditoriale dobbiamo fare la prima considerazione: l'imprenditore che compra denaro (quindi il cosiddetto capitale di credito) lo fa in modo equilibrato? La risposta e piuttosto semplice ma abbisogna di talune distinzioni. Il piccolo imprenditore, quello che, normalmente e sprovvisto di capitali ma che ha le idee, normalmente pone in essere attività d'impresa contando, quasi esclusivamente sull'acquisto di denaro presso la banca. Tale diffusissima abitudine tipicamente italiana e sicuramente una stortura rispetto alla logica economico aziendale che diviene di più grande rilievo nel momento e nella misura in cui, lo stesso imprenditore che aveva comprato denaro per porre in essere un'idea imprenditoriale, nel momento in cui la stessa va a buon fine e si trasforma, quindi, in profitto, in luogo di riversare quel profitto per restituire indebito assunto, con la stessa logica del giocatore d'azzardo cui e andata bene una puntata al casino, utilizza quel profitto per propri fini personali e ripunta le fiche del prestito su un nuovo giro di gioco. Sembrerebbe una cosa assurda ma invece e proprio così. E da allora questo comporta, ormai da tempo, una conclamata ritrosia da parte degli istituti di credito verso un atteggiamento come quello descritto che e la evidente distorsione di una logica economico-aziendale che vorrebbe, invece, l'indebitamento bancario solo come una parte dell'intero investimento dell'imprenditore nelle propria impresa e poi, in ogni caso, ne presupporrebbe la restituzione in via di prima approssimazione laddove si evidenziassero profitti. Il grande imprenditore italiano, invece, avendo un fortissimo potere contrattuale rispetto alle banche, molto frequentemente ne approfitta ed attraverso l'appoggio finanziario delle stesse ( e molto spesso con la regia di altre banche deputate storicamente a tale ruolo), mette in piedi operazioni speculative le più disparate che vanno dalle scalate societarie alla costituzione di imprese la cui solvibilità finanziaria e, il più delle volte, da considerare, quanto meno dubbia. In uno scenario, purtroppo molto realistico come quello descritto, le banche che hanno prestato denaro e che dovrebbero, evidentemente riaverlo indietro con gli interessi, si trovano, invece, molto spesso ad accumulare debiti insoluti (sofferenze in gergo) e, successivamente, perdite. Se a questo quadro si aggiunge che, l'Organo di Vigilanza, molto spesso nel corso delle proprie sempre più frequenti ispezioni, incrementa l'entità delle sofferenze confutando l'atteggiamento di molti istituti di credito che giudica troppo prudenziale rispetto a ciò che, lo stesso, considera deteriorato, allora ci si ritrova nella situazione che attualmente le banche vivono. Siamo evidentemente di fronte ad aziende deboli, con evidente mancanza di materia prima (il funding e la denominazione che danno gli addetti ai lavori al denaro occorrente per finanziare le banche) e, quindi, con un costo di quest'ultima molto alto per potersi permettere di prestarlo agli imprenditori con troppa facilita. A ciò deve essere aggiunta la difficolta che la gran parte degli istituti di credito fanno da alcuni anni ormai a fare profitti cui si accompagna la necessità di ridurre i propri costi di gestione, primo fra tutti, quello del personale. Hanno un gran da fare in questi ultimi anni i sindacati dei dipendenti di banca a difendere i diritti dei loro iscritti che perdono il lavoro a causa dei cosiddetti esuberi aziendali. Se a tutto questo aggiungiamo le stranezze finanziarie che si racconta siano state compiute da certi banchieri per far guadagnare le banche in cui operavano e che invece parrebbe abbiano prodotto perdite, allora la ricetta diviene adir poco sconcertante. Una semplice considerazione allora deve essere fatta, riteniamo, in chiusura, che ognuno, tra banche ed imprese di ogni ordine e grado, torni a fare solo e solamente quello che sani principi economico-aziendali gli impone senza salti in avanti o sconfinamenti che, il passato, ci dice sono stati estremamente pericolosi per l'intero sistema economico.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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