Le stranezze della grande imprenditoria all'italiana

19 gennaio 2013

19.01.2013 - 12:46

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Il risico delle imprese italiane non è certo semplice. Si intersecano e si intrecciano una serie di affari congiunti e disgiunti difficili, talvolta, da comprendere specie per I non addetti ai lavori. E' necessario essere molto attenti e seguire come certosini gli sviluppi e gli inviluppi delle diverse operazioni di mercato aperto per l'acquisizione e la vendita di pacchetti azionari, per comprendere, di massima e non certo analiticamente quello che accade nell'intricato mondo dell'imprenditoria nostrana. Certo, la sensazione che si ha, seguendo le vicende di compravendita e di costituzione, fusione, scissione e chi più ne ha più ne metta è quella che una serie di imprenditori sono sempre più o meno presenti. Ed allora ci si domanda, inevitabilmente, ma saranno veramente capaci questi signori oppure...? La risposta al quesito non è immediata, almeno in termini di tempo. Ciò significa che non subito si riesce a comprendere se ciascuno degli uomini dell'impresa e della finanza sia presente in un ruolo od in una operazione perché veramente capace, ovvero, perché si è trovato al posto giusto al momento giusto od ancora perché ci sono altre e più recondite ragioni che lo hanno catapultato, suo malgrado, in quel ruolo ed in quel posto in quel momento. Ed allora, I vari: Tronchetti Provera, Colaninno, Benetton, Gavio, Marcegaglia, Bernabè, ecc. ecc. ecc. sono veramente dei "capitani d'azienda" e, come tali capaci di essere alla testa di una grande impresa ovvero delle semplici comparse che recitano la parte di "capitani" pur essendo solo dei "mozzi"? Certamente se si esaminano a fondo certe situazioni o talune operazioni poste in essere in diversi momenti della nostra travagliata storia d'impresa del novecento di dubbi ne sorgono molte. A titolo d'esempio due cosiddette scalate societarie perpetrate in nome dell'italianità con la bieca scusa di non far andare imprese italiane importanti operanti in settori strategici in mano allo straniero. Stiamo parlando di Telecom ed Alitalia. Della seconda abbiamo già abbondantemente trattato dalle pagine di questo stesso giornale ed abbiamo chiaramente espresso la nostra opinione. La prima si fondava, più o meno, sulle stesse logiche con la differenza che l'impresa in questione non era certo in crisi, anzi era floridissima e cercava, in quel momento, le opportunità giuste per crescere sul piano internazionale. L'allora Amministratore Delegato, un certo signor Bernabè (ormai ce lo portiamo dietro dai tempi dell'Eni della prima repubblica e del suo Presidente Cagliari), aveva deciso di fare un accordo con I tedeschi operanti in settore analogo. Il Governo italiano, non vedeva di buon grado questo accordo ed accompagnò la scalata alla Telecom di un gruppo capeggiato da tal ragionier Colaninno che, finanziato da talune banche del Paese capeggiate, come di consueto dalla blasonata Mediobanca attraverso un meccanismo denominato OPA (sta per Offerta Pubblica d'Acquisto), ebbe l'ardire, insieme ad un gruppetto di imprenditori nostrani, di comprarsi la blasonata azienda dei telefoni di Stato e, nel contempo, di gestirla (chissà con quali competenze ci si potrebbe chiedere) e, poi, dopo alcuni anni, di rivenderla, questa volta ad un altro imprenditore, anch'esso molto blasonato e figo tal Tronchetti Provera. Morale: sia il primo che il secondo, che dopo qualche anno rivendevano l'azienda, ne ricavavano guadagni luculliani, tali da sistemare molte generazioni di rampolli. Il tutto alla faccia degli italiani e dei poveri risparmiatori che, nel frattempo, avevano comprato azioni ed obbligazioni dell'azienda e che, dopo ben due tornate di compravendita di questo genere, si sono trovati con un'azienda che è solo l'ombra di quella prima dello tsumani e, come in una sorta di gioco dell'oca, con un Amministratore Delegato prima e Presidente, poi che è lo stesso di quando sono partiti. Questo ci dovrebbe indurre ad affermare che in Italia c'è una classe, in verità non vasta, di imprenditori che comprano e vendono con I soldi delle banche e che lucrano con le imprese che sono di proprietà dei cittadini e dei risparmiatori ma, nelle quali, questi ultimi guadagnano ben poco. C'è poi una classe di manager pseudo pubblici di professione che da quarant'anni, almeno, fanno lo stesso lavoro in blasonate aziende diverse ma che, come nel gioco dell'oca, per il fatto di essere sempre e solo loro I giocatori, rischiano sempre di tornare allo stato di partenza. Se a tutto questo si aggiunge che, per ognuna di queste particolari operazioni di merger ed acquisition nostrane c'è sempre, come una stella cometa, una pseudo banca d'affari che sovrintende e che decide sul chi, come e perché che si chiama Mediobanca, allora la ricetta è completa ed il quadro è totalmente definito. Da anni ed anni questa è la situazione italiana a cui, di tanto in tanto, alcuni imprenditori che, come si suol dire, si sono fatti da se, cercano di ribellarsi (si pensi ai vari Della Valle o Del Vecchio) ma, regolarmente, sono messi al loro posto con modalità diverse non facendogli mai dimenticare che sono imprenditori e, quindi, molto inclini al profitto. Questa è l'Italia: un Paese con tanti nani e nanetti e con pochissimi giganti.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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