Alitalia: partita finita? Sì, ma solo se c'è chi compra

12 gennaio 2013

12.01.2013 - 12:49

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Il 13 gennaio 2013 è la data fatidica. Quella dalla quale i cosiddetti “capitani coraggiosi” o “salvatori d’Italia” che dir si voglia potranno vendere le azioni della nuova Cai (acronimo che sta per Compagnia aerea italiana), nata, come l’Araba Fenice, dalle spoglie della vecchia Alitalia, la compagnia aerea di bandiera del nostro Paese. Ma, considerata l’importanza dell’argomento, un minimo di racconto sull’accaduto è d’obbligo. Correva l’anno 2008, vigente il Governo Prodi, quando la nostra compagnia aerea di bandiera, sommersa da debiti spaventosi, frutto di perdite annue inenarrabili, veniva messa sul mercato. Correva l’anno 2008 quando la nostra compagnia di bandiera, sommersa da debiti spaventosi, veniva messa in vendita. Ma come è possibile, ci si potrebbe chiedere, che un’impresa possa essere messa sul mercato dal momento che da molti anni chiude in perdita? La riposta è semplice: ci sono aziende che, per il ruolo che svolgono e per taluni elementi immateriali che posseggono, possono, anche se in passivo, se inserite in un contesto diverso in termini aziendale e se adeguatamente risanate, avere un valore. E’ il caso di Alitalia, che infatti è titolare di taluni elementi patrimoniali anche non esplicitati in bilancio (si pensi alla possibilità di utilizzare scali aerei), oltre ad essere l’unica in attività con marchio il nome del Paese a cui appartiene. Questa, seppur semplicisticamente, è la motivazione per cui fu chiesta in sposa nel 2008 da un competitor internazionale importante come Air France. E’ importante sottolineare che ogni attività in termini imprenditoriali ha le sue eccellenze. Il che significa che ci sono settori in cui talune imprese riescono a fare utili laddove molte altre perdono. In quest’ottica, nel settore del trasporto aereo, mentre alcune compagnie hanno generato passivi rilevanti, altre sono state in grado di produrre utili cospicui. Alitalia purtroppo nel tempo si è ritrovata a dover contare perdite di dimensioni gigantesche. Tali da indurre il Governo di allora a trattarne la vendita ad una compagnia di bandiera concorrente che, invece, ha sempre dato garanzia di buona conduzione aziendale. La cosa sembrava fatta, poi il cambio della compagine governativa ha fermato l’operazione già totalmente costruita. Senza soffermarci in critiche, sono i numeri che parlano chiaro. Una perdita per il nostro Paese di 3.4 miliardi di euro, come l’entità globale dell’Imu che pagano i proprietari della prima casa. Questo significa che, se l’operazione di vendita non fosse stata fermata, nel nostro Paese si sarebbe potuto fare a meno, quest’anno, di far pagare l’Imu ai proprietari della prima casa. Ma questo è nulla se si pensa che, a seguito di tutto ciò, si è dato luogo ad una nuova azienda che, pur partendo da una situazione di quasi monopolio e senza debiti, nel giro di quattro anni ha già perso circa 800 milioni di euro. Tutto ciò, malgrado, la gran parte dei venti “capitani coraggiosi” abbia già ampliamente beneficiato del fatto di aver adempiuto all’apparente obbligo disinteressato di salvataggio della compagnia di bandiera, con favori di vario tipo che l’allora governo imperante gli concesse nella gestione delle loro aziende, le quali, in un modo o nell’altro, avevano interessi pubblici. Air France, la compagnia di bandiera francese che in Cai ha la maggioranza delle azioni, ha dichiarato di non essere interessata all’acquisto delle azioni degli altri soci italiani per mancanza di liquidità. Una ipotesi senza esborso di denaro e più facilmente percorribile potrebbe essere quella di condurre un’operazione attraverso lo scambio di carta con carta (ovvero di azioni della compagnia italiana con quelle della compagnia francese).

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’Università di Roma Tre

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