Lusso made in Italy grazie alla Cina export in crescita

10 novembre 2012  

10.11.2012 - 11:59

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Il contesto economico  del nostro Paese è,  a dir poco, sconcertante.  Da almeno due anni,  non si fa altro che parlare  di perdite, licenziamenti,  chiusure, fallimenti. Malgrado  politici, vecchi e  nuovi, tecnici, politologi  e soloni di ogni ordine e  grado, si affannano a prevedere  buone nuove, ovvero  luci in fondo al tunnel,  i “sudditi” di questa  Italia ridotta al lumicino  sono talmente scettici da  schivare le competizioni  elettorali o, nel migliore  dei modi, affrontarle con  voti di protesta di ogni genere  che fanno crescere a  dismisura forze pseudo politiche  frutto di una totale  assenza della politica.
In questa valle di lacrime in cui al posto della rivoluzione  fatta con i mezzi tradizionali (forconi e bastoni)  ne è stata coniugata un'altra, per fortuna, non violenta,  quella dei santoni e delatori che attraverso i nuovi e più  efficaci strumenti mass-mediatici ovvero mediante le  riunioni assembleari fatte nei più disparati teatri e cinema  in giro per lo stivale predicano quei cieli e terra  nuovi che, fino a qualche anno fa erano solo noti nelle  strofe di celestiali canti ecclesiali e che, comunque, servono  almeno ai poveri e bastonati sudditi italiani per  continuare a sperare e per combattere, con questa modalità  un pò bizzarra ma sicuramente efficace, la loro  rivoluzione per cacciare tutti i vecchi (includendo tra  questi non solo quelli che anagraficamente ricoprono  questa carica ma anche coloro che la incarnano politicamente  parlando). In questo clima, nella malmenata  e bastonata economia di questo singolare ma pur sempre  meraviglioso Paese c'è, per fortuna diciamo noi, la  formichina cinese che dal suo piccolo ma produttivo  formicaio,ogni giorno, con pazienza e tenacia, trasporta  il suo piccolo, minuscolo pezzetto di merce, nei magazzini  della sua florida comunità.
La formica, se osservata  con attenzione è un animaletto fantastico, specie  se si decide di usarlo,metaforicamente, per rappresentare  una classe operosa e diligente. Non a caso, il citato  piccolissimo insetto, viene utilizzato per incarnare una  classe sociale di tutto riguardo e rispetto nella logica  antropologica: quella dell'operaio. Non è difficile, in  relazione a queste premesse, spingersi ad assimilare la  formica- operaia a molti dei discendenti dalle diverse  dinastie ming provenienti dalla lontana, geograficamente,  ma ormai vicina Cina.
Il vecchio paese delle  biciclette (se qualcuno spera di trovarle nell'andarci se  lo levi dalla testa) è divenuto, ormai, depositario di  enormi grattacieli e di occidentalità di ogni tipo tale da  ingenerare nel turista o nel manager che lo raggiunge,  uno stato di confusione con le più note città americane.  Non sono solo i grattacieli, ormai, a caratterizzare usi e  costumi cinesi, pare infatti che la middle classe (non  più nascente ormai manata e svezzata), stia vivendo la  fase della scalata della vetta dei bisogni e, quindi, la  necessità di acquisto di beni di lusso. Quale occasione  migliore, quindi, per l'export italiano di questi prodotti?  Oro, cantieristica navale, sete e moda saranno negli  anni a venire settori dell'industria italiana in grado di  raccogliere incrementi di vendite a due cifre. Orsù dunque  imprese italiane piccole, medie e grandi operanti in  questi settori, risorgete, basta con il leccaggio delle ferite  i tempi sono maturi per raggiungere l'oriente.
Sarà  necessario, specie per le imprese più piccole che le diverse  organizzazioni internazionali per il commercio siano  superattive (se già non lo sono) e possano far prendere  la via dell'export anche a quelle imprese che per  tipologia di prodotto e per cultura non hanno ancora  raggiunto le dimensioni utili a procedere in autonomia  maciò è necessario e lo Stato, laddove necessario, deve  intervenire in questo esportando i prodotti che vengono richiesti  nella speranza che i nostri amici cinesi estendano  sempre più le tipologie in loro conoscenza e sappiano  apprezzare l'eccellenza di certe nostre produzioni.  Ciò, riteniamo, anche in relazione al peso della nostra  bilancia commerciale (export verso import) rispetto  al grande mondo cinese che, da tempo, è approdato,  di  converso, nel nostro Paese con prodotti che, qualitativamente  sono certamente molto più modesti dei nostri  ma che vengono venduti sul mercato italiano a prezzi  di gran lunga più competitivi.
Sembrava impossibile,  fino a qualche anno fa che gli italiani specie quelli appartenenti  alle classi che definivamo medio borghesi o,  ancor più, borghesi, potessero rappresentare consumatori  di prodotti provenienti dal mercato cinese. Spesso,  il consumatore appartenente a quelle classi, quando  leggeva sul prodotto "made in Cina", immediatamente  e con un gesto quasi di stizza, lo riponeva nello scaffale  dal quale lo aveva erroneamente prelevato.
Oggi, i nostri  amici cinesi, hanno occupato interi quartieri di  grandi città e sono ormai presenti con forza in città di  minori dimensioni con attività commerciali le più disparate  e, soprattutto,cominciano ad essere realtà locali  di grande spessore sul piano economico e sociale.  Che dire dunque? Nulla, solo constatare positivamente  e cercare di sfruttare almeno quelle opportunità che  ci provengono dall'antico Paese per rilanciare certi settori  industriali che, ormai, da noi non attecchiscono  più. 

Mauro Paoloni

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