Cerca

Venerdì 20 Gennaio 2017 | 14:52

Tutti i rischi della post-verità

michele cucuzza bianco e nero

Obama ha fondato l’Isis, dietro all’11 settembre c’è George Bush. Le balle, che ora con un po’ di ipocrisia si chiamano post-verità, circolano con sempre maggiore insistenza in tutto il mondo, non soltanto su internet, al punto che il Dizionario di Oxford, autorità indiscussa in tema di linguaggio, ha deciso di designare parola internazionale dell’anno 2016 proprio la “post-verità”, il cui utilizzo è aumentato del 2000% rispetto all’anno precedente. Se siamo messi così c’è da chiedersi che posto abbiano a questo punto le notizie verificate, i fatti accertati, il giornalismo stesso. I dubbi sono tanti e, come dicevamo, attraversano il mondo in lungo e in largo a cominciare da paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna una volta esempio di cura estrema per la comunicazione corretta. “Senz’altro la campagna elettorale per la Brexit e quella per la Casa Bianca sono state caratterizzate dalla forte efficacia e dalla permanenza nell’opinione pubblica di affermazioni che non avevano rapporto con la verità” conferma sconsolato Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). “I fautori dell’uscita di Londra dall’ Unione Europea sono riusciti a far diventare un credo comunemente accettato l’idea che i costi britannici per la permanenza al tavolo di Bruxelles costituissero un danno contabile insopportabile: dopo il voto, gli stessi sostenitori del ‘leave’ hanno ammesso che i dati erano stati gonfiati. Così come avevano esasperato i numeri sugli immigrati già accolti e su quelli in arrivo in Gran Bretagna, naturalmente per volontà dell'UE, cui si attribuiva anche la decisione dell’imminente ingresso nell’Unione della Turchia. Nella campagna presidenziale americana hanno dominato le affermazioni di Trump - dalla lotta al terrorismo, al ruolo dell’immigrazione, ai trascorsi di Hillary Clinton, al suo personale passato di imprenditore - non corrispondenti alla verità dei fatti e da lui stesso volta a volta smentite, senza alcun riguardo per la coerenza del suo argomentare. 

Esempio tipico: Trump ha costantemente sollevato la questione dei posti di lavoro che sarebbero andati perduti, nel momento in cui gli Stati Uniti avevano un tasso di disoccupazione tra i più bassi della loro storia. Ancora: i terroristi si anniderebbero tra gli immigrati di recente arrivo, quando non c’è stato un solo caso di kamikaze che non fosse nativo americano o non vissuto da lunghi anni negli USA e solo recentemente radicalizzatosi. Rispetto alle bugie comunque contestabili della campagna per la Brexit, con Trump si è fatto un salto in più: siamo passati all’invenzione pura e semplice, in quanto tale molto più difficile da contrastare”. Secondo Gramaglia la differenza rispetto alla prima fase, quella delle bufale “classiche” diffuse su internet (dal no ai vaccini, alle scie chimiche, al no alla chemioterapia fino al fatto che l’11 settembre sia opera di chissà quali poteri forti) la differenza sta nel fatto che adesso, nella nuova fase di post-verità, anche la politica (o almeno una parte di essa) ha imparato a servirsi della rete per propalare le sue invenzioni: “se Obama nel 2008 aveva scoperto il web come strumento per raccogliere fondi e consensi, Trump nel 2016 usa la rete per diffondere post-verità che diventano vere per chi ci vuole credere”. Già: come riconoscere le bufale dunque? Che destino hanno tg e giornali? “Nei paesi anglosassoni c’è uno strumento di difesa dalle balle piuttosto forte, il confronto con i dati di fatto, il ‘fact checking’. Se ne fa un uso efficace anche in Germania: nel 2013 la Merkel ha fatto dimettere la ministra dell’Istruzione Shavan che aveva copiato la tesi di laurea. In Italia invece a volte si è corso dietro al fenomeno della post-verità per avere più clic nelle pagine on line: la bufala veniva smentita, certo, ma nel frattempo era stata ulteriormente diffusa. Un dato che si aggiunge al nostro problema ‘supplementare’: l’assenza di una solida tradizione di credibilità e affidabilità di stampa e tg presso l’opinione pubblica. Con lodevoli, immancabili e diffusissime eccezioni”.
mikcucuzza@gmail.com 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Corriere dell'Umbria

Caratteri rimanenti: 1000

Più letti oggi

il punto
del direttore