La storia dell'uomo
che "conquistò" la Cina

Eugenio Benedetti con l'ambasciatore cinese in Italia

Soriano nel Cimino

La storia dell'uomo
che "conquistò" la Cina

20.05.2015 - 19:16

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Che l’abbia “conquistata” non ci sono dubbi. Ma, attenzione, non si pensi a nulla riconducibile a strategie di stampo militare e men che mai a “invasioni”. Trattasi di ben altro tipo di “conquista”.

Il modo in cui Eugenio Benedetti, dalla fine degli anni ‘60, ha infatti “conquistato” la Cina, è quello di un signore distinto che corteggia una bella signora da 1 miliardo circa di... figli, con i modi gentili e il fascino che, ancora oggi, questo catanese di 86 primavere trasmette con naturalezza a chi si trova a interagire con lui. Ma con una particolarità: ciò che Eugenio Benedetti ha saputo costruire e costruirsi in Cina è un emblematico esempio di intelligenza, coraggio, scaltrezza tipicamente italiane, nell’accezione, una volta tanto, più positiva della definizione, visto che troppo spesso viene accostato il nostro Paese a un modo, come dire, “spregiudicato” di fare affari. Non è questo il caso.

Buen ritiro Ormai da diversi anni, Benedetti ha piantato le tende nella sua splendida Tenuta S.Egidio, a Soriano nel Cimino. E’ diventato, quindi, un po’ sorianese anche lui che sui Cimini ha ritrovato paesaggi e atmosfere della natia terra etnea, visto che è originario di Catania. Anno dopo anno, questo imprenditore diventato intimo amico in particolare di Ciu En Lai (forse il più importante dirigente del Partito Comunista Cinese, per 27 anni capo del governo), ma ben voluto da tanti altri notabili di quell’area geografica (il re del Nepal gli propose di diventare console onorario), ha ristrutturato, bonificato, reso accessibile ed anzi riconsegnato alla fruibilità di tutti, pur essendo una proprietà privata, una vastissima area boschiva (oltre 100 ettari). Area trasformata dalla figlia Azzurra nello straordinario laboratorio che è il progetto del “Bosco Didattico del Cimino”, di cui leggete nel dettaglio a fianco. Ma in quel bosco, Benedetti ha ridato dignità, ed anzi, valorizzato, un grande patrimonio storico-culturale costituito dalle mura della duecentesca chiesa della Trinità, che ospitò nel 1500 niente meno che la reliquia dei “capelli della Madonna”, come una bolla papale dell’epoca testimonia, vergata da Papa Giulio II. In quelle mura l’imprenditore etneo-sorianese ha portato un pezzo (importante) della “sua” Cina.

La Cina è vicina Ma torniamo proprio all’origine. La storia parte dalla fine degli anni ‘50 quando Benedetti arriva in Cina. Per sintesi giornalistica (il racconto della sua vita è contenuto nell’avvincente libro “I capelli della Madonna e i marmi di Ciu En Lai”, Ciuffa Editore) basti dire che questo scaltro imprenditore deve la sua fortuna dall’aver trovato la formula per appagare la fortissima esigenza di macchinari e nuove tecnologie che la Cina manifestava in quel momento. C’erano strade da fare, anche in condizioni ambientali piuttosto complicate, visto che si doveva lavorare ad altitudini notevoli, in più - e qui Ciu En Lai ci vide lungo, insieme al suo nuovo amico italiano - c’era un settore economico su cui investire forte, quello estrattivo.

Tientsin Ciu En Lai è cresciuto proprio lì, a Tientsin, ai primi del ‘900 colonia italiana tanto che il politico cinese - in pochi lo sanno - parlava perfettamente la nostra lingua. In quella zona ci sono una sorta di “alpi Apuane”, ovvero montagne bianche non di neve ma di candidi marmi. Benedetti porta tutti i macchinari utili per impiantare una vera industria estrattiva, trovando la soluzione - ecco il genio della lampada - per aggirare il problema finanziario. La Cina, infatti, era nella morsa della crisi della Rivoluzione culturale, di soldi non ce ne erano, così come nessun Paese al mondo avrebbe fatto credito a quella che oggi è una delle superpotenze economiche del pianeta. Oltretutto solo pochissimi Stati le avevano concesso il riconoscimento diplomatico. E allora? Benedetti e Ciu En Lai aggirano l’ostacolo: l’imprenditore italiano inizia ad esportare in tutto il mondo merce e prodotti cinesi: carne di maiale e di agnello congelate, tessuti, ceramiche, porcellane, merci invendibili non solo in Italia ma neanche in Europa. Benedetti le piazza soprattutto in Argentina e in Canada e riesce a “triangolare” i pagamenti. In sostanza, porta macchinari italiani “ad hoc” in Cina, dalla Cina esporta merce, incassa i proventi della vendita di quest’ultima e “storna” quanto gli spetta. Volume d’affari? Fare i conti in tasca potrebbe sembrare sconveniente, però la risposta l’ha data lo stesso Benedetti, due anni fa, intervistato dalla Rai a “Uno mattina”: “Un miliardo di dollari in 5 anni”. Giù il cappello.

La nave di marmo Ed eccoci al “ponte” tra la Cina e la Tuscia. Grazie ai macchinari portati da Benedetti, sulle... Apuane cinesi vengono impiantate ben 34 miniere di marmo bianco. La “riconoscenza” per questo italiano si traduce in un gentile omaggio: 100 tonnellate di marmo! Forse perché in valigia non c’entravano, Benedetti le lascia lì ed ha un altro dei suoi lampi di genio: far costruire, con la stessa fattura e identica tecnica, copia spiccicata (solo leggermente ridotta) della nave di marmo che l’imperatrice Ci Xi volle per il suo Palazzo d’Estate a Pechino, alla fine del ‘900. La lavorazione avviene “in loco” e dura due anni. Ce ne vuole un altro per farla arrivare a Soriano e montarla proprio in mezzo a quel “Bosco Didattico” , nella chiesetta. Il resto è storia recente. Ben due ambasciatori cinesi in Italia restano incantati di fronte a quella riproduzione, l’ultimo la settimana scorsa, l’attuale rappresentante diplomatico Li Ruiyu. “E’ l’unica nave cinese esistente fuori dalla Cina”, commenta estasiato. Un’altra delle “magie” di Eugenio Benedetti.

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