corea del nord pyongyang kim jong u comunismo

Una manifestazione di sostegno al regime di Kim Jong-Un a Pyongyang (archivio LaPresse)

LA MINACCIA NUCLEARE

Non sarà la guerra mondiale, ma la guerra tra i due mondi

04.09.2017 - 11:01

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L'esplosione della bomba H scuote il mondo.

Se non fosse per il fatto che, con il rischio che c’è di una nuova guerra planetaria, potrebbe esserci di nuovo in gioco la vita di milioni di persone, sarebbe da dire: finalmente. Perché quella tra le due Coree è una storia irrisolta da troppo tempo: 67 anni; da quel 27 giugno 1950 in cui ebbe inizio la “Guerra dimenticata da tutti”. Così la definiscono gli annali di storia giudicandolo (a ragione) un conflitto che non ebbe mai, né prima, né durante, né dopo una copertura mediatica pari alla seconda guerra mondiale e alla guerra del Vietnam nonostante abbia provocato, in soli 3 anni, 2 milioni e 800mila morti tra civili e militari. Eppure, quel conflitto, non è mai terminato.

E’ vero che c’è stato un armistizio, ma questo è stato rinnegato, tra l’indifferenza generale, nel 2009 dalla Corea del Nord. E la possibilità di una nuova guerra cova sotto la cenere da sempre e ha ripreso prepotentemente vigore fin dal 2006, da quando cioè Pyongyang ha iniziato a sviluppare rapidamente - per giunta senza tenerlo neppure nascosto - le sue ricerche sulle armi nucleari.

Corea del Nord e Corea del Sud sono divise, addirittura dal 1945, dal 38° parallelo, un muro diventato invalicabile come lo fu quello di Berlino. Ma l’opinione pubblica mondiale, al contrario del caso Germania, non si è mai indignata per la sua esistenza. Continua più semplicemente a ignorarlo come ancora oggi ignora il muro che dal 1974 divide l’isola di Cipro in due facendo guardare in cagnesco Grecia e Turchia e che, prima o poi, potrebbe tornare a creare pericolosissime tensioni internazionali.
Solo gli Stati Uniti d’America, paladini della Corea del Sud, di tanto in tanto hanno affrontato la questione coreana, ma lo hanno fatto esclusivamente per i loro interessi politici ed economici.


Ora, quindi, non deve sorprendere il fatto di essere arrivati vicinissimi al punto di non ritorno. E non si deve neppure commettere l’errore di dire che è solo colpa di un dittatore e di un Paese senza scrupoli.


Kim Jong-Un ci viene descritto come un pazzo; il popolo nordcoreano come una massa di oppressi e di cattivi; la Corea del Nord come un Paese sottosviluppato. Ma le cronache - come spesso accade anche per la storia - sono raccontate soltanto da una parte.


La verità è che la Corea del Nord è un Paese che vive da troppo tempo isolato dal resto del pianeta. Isolato perché lo ha voluto. E isolato perché gli altri lo hanno voluto. Tutti gli altri: dai pacifisti impegnati ai governi e capi di Stato; dai media alle organizzazioni internazionali.


Per rendersi conto di quello che stava accadendo in Corea del Nord non c’era bisogno di girovagare per il suo territorio, cosa tra l’altro impossibile fino a pochi anni fa per gli stranieri. Bastava raggiungere il 38º parallelo a Panmunjom - il villaggio dei “colloqui” tra le due Coree - che, nella parte sudcoreana, per decenni ha vissuto trasformato in una sorta di mini Disneyland dalle forze armate americane.


Arrivando dalla Corea del Sud e al costo dell’equivalente di circa un centinaio di euro si otteneva immediatamente un permesso speciale e si poteva entrare nell’area di non belligeranza fino a varcare il parallelo e ad arrivare proprio sotto al naso dei soldati nordcoreani. Ma lo si poteva fare soltanto rispettando degli obblighi imposti dal governo del nord: primo tra tutti, quello di non indossare abiti di jeans. Perché? Perché il jeans era considerato il “simbolo del capitalismo e dell’imperialismo occidentale”.


Una imposizione che sintetizzava tutta la realtà nordcoreana: un mondo a noi lontano; un mondo rimasto legato a un’epoca che al di qua del muro non c’era più da tanto tempo. Ma in quel suo mondo, la Corea del Nord vive da sempre seguendo i principi di un comunismo che, proprio a causa dell’isolamento, non ha seguito alcuna evoluzione. Un comunismo che paga la pecca di un estremismo che vede e che vuole nelle armi l’unica possibilità di difesa e di grandezza. Un comunismo che appartiene a una generazione di estremismi che nel resto del pianeta sono morti e sepolti. O, comunque, hanno subito una metamorfosi. Un comunismo-estremismo che oggi è perfino incomprensibile alle nuove generazioni e non è neppure pienamente condiviso dalla Cina, che da sempre è il Paese più vicino alla Corea del Nord.


Ora, se una guerra ci sarà, sarà uno scontro violentissimo tra un piccolo mondo che è sopravvissuto, come una enclave, ancorato al suo passato e un grande mondo, che si vanta di aver fatto passi da gigante e di aver vissuto l’evoluzione della sua storia. E il rischio è che quando ci sono di mezzo le ideologie estremiste e le armi nucleari potrebbe non esserci alcun vincitore.


Sergio Casagrande
sergio.casagrande@gruppocorriete.it

Twitter: @essecia

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